Da venerdì sono a casa a causa dei blocchi legati alla protesta degli autotrasportatori. Niente normale giornata di lavoro, niente pranzo consumato in cabina e una domanda che nessuno aveva messo in programma: ma se Mauro non va al lavoro, che fine fanno le Proposte di Martina?
Chi segue #lepropostediMartina conosce ormai una parte della mia routine. La mattina si parte, si raggiunge il posto di lavoro e, quando arriva il momento del pranzo, si apre la schiscetta preparata da mia moglie Martina. A quel punto comincia il mio appuntamento quotidiano con il cibo, con i commenti e, soprattutto, con quel giudizio che lei ormai conosce bene: quello di suo marito, che mangia, osserva e trova sempre qualcosa da dire.
È così che, da una semplice fotografia del pranzo consumato in camion, è nato un progetto che nel tempo ha preso una sua identità, coinvolgendo persone che ormai non vogliono soltanto sapere cosa mangio, ma anche cosa si è inventata Martina e quale sarà la mia prossima osservazione.
Tutto bello, tutto regolare, tutto organizzato secondo un calendario che, almeno sulla carta, sembrava abbastanza semplice da rispettare.
Poi arriva la realtà, quella che non ti chiede il permesso prima di modificarti i programmi.
Da venerdì 16 ottobre non sto lavorando a causa della mobilitazione degli autotrasportatori e dei blocchi che stanno interessando diverse zone del Sud Italia. Nella nostra zona, sulla costa jonica lucana, i disagi alla circolazione hanno reso impossibile svolgere normalmente la mia attività.
E così mi ritrovo a casa.
Una cosa che, per chi lavora da anni nel mondo dei camion, non è esattamente la normalità, soprattutto quando non si tratta di ferie, di un giorno libero programmato o di una decisione presa volontariamente. Semplicemente, il lavoro si è fermato e io, come altri lavoratori, mi sono ritrovato dall’altra parte della barricata: non al volante, non sul posto di lavoro, ma in attesa di poter ripartire.
Fin qui, direte voi, è una questione lavorativa. Ed è vero. Ma se avete imparato a conoscere il mio modo di raccontare le cose, sapete che prima o poi il discorso arriva inevitabilmente anche a lei: Martina.
E adesso, che fine fanno le Proposte di Martina?
La domanda, a questo punto, sorge spontanea. Se il format racconta il pranzo che mia moglie mi prepara per la giornata lavorativa, cosa succede quando la giornata lavorativa non c’è?
Il camionista è a casa, il lavoro è fermo e il consueto scenario della cabina viene momentaneamente a mancare. Il problema non è soltanto logistico: qui rischiamo di mandare in crisi un intero palinsesto televisivo, o almeno la parte di palinsesto che esiste nella mia testa.
Perché #lepropostediMartina non è più soltanto la fotografia di un piatto. È diventato un appuntamento, una storia che si sviluppa durante la settimana e che ha trovato spazio anche nelle rubriche nate intorno al progetto. C’è Mangio il pranzo di mia moglie, dove il sottoscritto esprime il suo personalissimo parere; c’è La Superclassifica Show di Martina, con i piatti che si contendono il titolo di vincitore della settimana; e c’è #laschiscettalafatevoi, dove entrano in gioco anche i suggerimenti di chi ci segue.
Insomma, ormai non siamo più soltanto io, Martina e una vaschetta con dentro il pranzo. Abbiamo una community, delle rubriche e persino delle classifiche. Ci manca soltanto che qualcuno chieda ufficialmente il riconoscimento del format come servizio essenziale per il Paese.
E invece, proprio nel momento in cui tutto sembra aver trovato il suo ritmo, arriva una protesta che modifica la mia quotidianità e mette in discussione anche la normale organizzazione dei contenuti.
Non ho più il consueto pranzo da raccontare durante la giornata lavorativa in camion. E questo, per chi ha costruito un progetto proprio intorno a quell’abitudine, è un piccolo colpo di scena.
Il camion si ferma, ma il format resta?
La questione, naturalmente, va oltre la battuta. Il mio lavoro è una parte importante della vita quotidiana e il format è nato proprio grazie a questa combinazione: un camionista, il pranzo preparato dalla moglie e la voglia di raccontare con ironia quello che succede nella vita di tutti i giorni.
Quando viene meno uno di questi elementi, cambia anche il contesto nel quale nasce il contenuto.
Non sarebbe corretto raccontare una normale giornata di pranzo in cabina quando, in realtà, sono a casa. E non avrebbe nemmeno molto senso fingere che nulla sia cambiato, perché proprio la spontaneità è una delle caratteristiche che hanno accompagnato la nascita di questo progetto.
La mia vita non è un set cinematografico e Martina non è una cuoca che prepara piatti soltanto per consentirmi di registrare un video. È mia moglie, prepara il pranzo per la nostra quotidianità e, da questa abitudine reale, è nato qualcosa che oggi condividiamo con chi ci segue.
Ecco perché questa situazione, per quanto insolita, può diventare a sua volta una storia da raccontare. Non perché ogni problema debba necessariamente trasformarsi in un contenuto social, ma perché il format ha sempre avuto a che fare con la vita vera, con le sue abitudini e con gli imprevisti che arrivano senza essere invitati.
Questa volta l’imprevisto non è una pasta che si rovescia, una schiscetta che perde liquido o un piatto che finisce sotto la lente d’ingrandimento del marito giudicante. Questa volta è il lavoro stesso a essere sospeso.
E, a differenza di quanto accade con un piatto poco riuscito, non basta aggiungere un po’ di condimento per sistemare la situazione.
Una protesta seria, una situazione da raccontare con ironia
Dietro questa vicenda ci sono problemi che meritano di essere affrontati seriamente. Gli autotrasportatori protestano per difficoltà economiche legate soprattutto al costo del carburante e alle condizioni in cui le imprese devono continuare a lavorare. Allo stesso tempo, ci sono persone che, come me, si ritrovano impossibilitate a svolgere la propria attività a causa dei disagi provocati dai blocchi.
Non sto partecipando alla protesta: sono a casa perché non posso lavorare normalmente. È una distinzione importante, che non cambia le difficoltà di chi manifesta, ma racconta la situazione dal punto di vista di chi ne subisce le conseguenze senza aver scelto di fermarsi.
E proprio perché il lavoro è una cosa seria, credo che sia possibile raccontare questa esperienza senza perdere il mio solito modo di osservare le cose. L’ironia non serve a sminuire il problema, ma a rendere riconoscibile una situazione che, altrimenti, rimarrebbe soltanto una notizia letta sul telefono.
Del resto, se in questi anni ho imparato qualcosa raccontando i miei pranzi, è che spesso sono le piccole situazioni quotidiane a creare il racconto più interessante. Non occorre inventare nulla: a volte basta osservare quello che succede e trovare il modo giusto per condividerlo.
Questa volta, per esempio, potrei anche fare una recensione della mia nuova postazione di lavoro domestica, ma temo che non avrebbe lo stesso fascino del sedile del camion. E soprattutto non so se Martina sarebbe disposta a prepararmi un pranzo da recensire mentre sono comodamente a casa.
Non vorrei che qualcuno pensasse che basti una protesta per trasformare il camionista in un critico gastronomico a tempo pieno.
La schiscetta, Martina e quella routine che diamo per scontata
Questa vicenda mi ha fatto riflettere anche su un aspetto che riguarda la vita di tutti i giorni. Spesso ci abituiamo a una routine senza renderci conto di quante cose debbano funzionare perché tutto proceda normalmente.
Nel mio caso c’è il lavoro, ci sono gli orari, ci sono gli spostamenti e c’è anche il pranzo che Martina prepara per me. Una parte di questa organizzazione è diventata così abituale che quasi non ci faccio più caso.
Il format ha trasformato quella routine in un racconto pubblico, ma la base rimane sempre la stessa: la vita di una famiglia, con i suoi impegni, le sue abitudini e le sue giornate più o meno complicate.
Quando il lavoro si interrompe, anche questo piccolo meccanismo cambia. Non perché il rapporto tra me e Martina dipenda dal fatto che io vada in camion, ma perché è proprio da quell’abitudine che è nato il nostro appuntamento con la community.
E allora mi ritrovo a pensare che forse il vero elemento distintivo di #lepropostediMartina non sia soltanto il piatto che compare nel video. È il contesto in cui quel piatto viene preparato, consumato e raccontato. È il fatto che dietro una schiscetta ci siano due persone, una vita condivisa e una buona dose di ironia.
Il pranzo è il protagonista, ma la storia non si esaurisce nel contenuto della vaschetta.
Aspettiamo di ripartire. Anche con le Proposte di Martina
Per il momento, quindi, la situazione è questa: io sono a casa, il lavoro è fermo e la mia normale routine in camion è stata interrotta. Non so ancora quando tutto tornerà alla normalità, ma spero che si possa arrivare rapidamente a una soluzione che consenta ai lavoratori di riprendere le proprie attività e affronti concretamente le difficoltà denunciate dal settore.
Nel frattempo, anche #lepropostediMartina deve fare i conti con questa situazione. Non perché il progetto finisca quando non c’è il camion, ma perché è giusto raccontarlo per quello che è: un format nato dalla quotidianità, che cresce insieme alle esperienze reali di chi lo porta avanti.
Magari questa pausa diventerà un episodio particolare della nostra storia. Magari ci sarà da raccontare come abbiamo affrontato questi giorni, oppure sarà semplicemente una parentesi da lasciarci alle spalle quando tutto riprenderà a funzionare.
Per adesso non voglio inventarmi sviluppi o costruire una puntata che non è ancora successa. Preferisco raccontare quello che sto vivendo e lasciare che siano i prossimi giorni a suggerire il seguito.
Una cosa, però, è certa: quando tornerò al lavoro, la schiscetta tornerà ad avere il suo consueto palcoscenico. E io, naturalmente, tornerò a fare quello che so fare meglio: mangiare il pranzo preparato da mia moglie e trovare qualcosa da dire.
Perché fermare il camion è una cosa. Far tacere il marito che commenta i pranzi di Martina potrebbe essere decisamente più complicato.
E voi, nel frattempo, non preoccupatevi: #lepropostediMartina non chiude per sciopero. Al massimo, si prende una pausa tecnica in attesa che il camionista torni al suo posto di lavoro.
Speriamo soltanto che la ripartenza arrivi presto. Per il lavoro, certo. Ma anche per la schiscetta.








